All’inizio degli anni ‘70 per la prima volta ci si accorse che l’energia, almeno quella ricavata dai combustibili fossili come petrolio, gas e carbone, costituiva una risorsa limitata. Infatti queste materie prime non sono disponibili in quantità illimitata, mentre il loro consumo continuava a crescere da decenni senza tregua. A un certo punto, quindi, la domanda avrebbe finito per superare l’offerta, causando inevitabili crisi energetiche. In realtà, le due crisi energetiche degli anni ‘70 e degli anni ‘80 furono causate dalla politica dei paesi dell’Opec che riuscirono a limitare la produzione alzando i prezzi, nonché da questioni di tipo geopolitico.
Nel 1972 fu stampato il Rapporto del Club di Roma: un dossier scientifico intitolato “I limiti dello sviluppo” che per la prima volta puntava l’indice sui pericoli legati a un uso dissennato delle risorse energetiche. Contemporaneamente, si iniziò anche a riflettere sul problema ambientale, problema connesso anche alle emissioni di anidride carbonica e al cosiddetto effetto serra.
Nel 1997, durante la Convenzione Quadro sui Cambiamenti climatici delle Nazioni Unite, fu stipulato a Kyoto un protocollo internazionale per la riduzione delle emissioni dei cosiddetti gas serra, di cui fanno parte tra gli altri l’anidride carbonica, il metano e il protossido di azoto.
La conclusione è una sola: occorre imparare a produrre energia senza inquinare l'ambiente riducendo al minimo i consumi di combustibile.